Accusate pure gli economisti ma non processate il liberismo. Parla Alesina

Ben vengano le accuse agli economisti, ma non possiamo permetterci un processo al liberismo. Ne è convinto Alberto Alesina, docente di Economia politica all’Università di Harvard ed editorialista del Sole 24 Ore, che al Foglio, pur ribadendo che la responsabilità principale dell’attuale crisi è della politica, ammette che anche gli economisti, lui in primis, sbagliano. Leggi Processo ai liberisti - Leggi anche la risposta di Tito Boeri
24 MAG 09
Ultimo aggiornamento: 20:57 | 23 AGO 20
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Ben vengano le accuse agli economisti, ma non possiamo permetterci un processo al liberismo. Ne è convinto Alberto Alesina, docente di Economia politica all’Università di Harvard ed editorialista del Sole 24 Ore, che al Foglio, pur ribadendo che la responsabilità principale dell’attuale crisi è della politica, ammette che anche gli economisti, lui in primis, sbagliano.
E’ vero, in Italia e in Europa c’è l’aria di una reazione antiliberista”, dice Alesina, ma “un processo al liberismo sarebbe sbagliato e provinciale”. Provinciale perché quella che in Italia è definita scuola liberista, associata meccanicamente ad alcuni nomi soprattutto di ambienti bocconiani, negli Stati Uniti coincide invece con il pensiero economico mainstream. Quello del consigliere di Barack Obama, “il mio collega Larry Summers”, del capo economista del Fondo monetario internazionale, “il professore da cui più ho imparato, Olivier Blanchard”, e tanti altri. Insomma “nessuno strano estremista”. Ma soprattutto il processo sarebbe sbagliato se tra gli imputati ci fosse “il liberismo tout court”, ovvero “l’economia di mercato fondata su un ruolo limitato dello stato”. Su quest’ultimo aspetto Alesina si fa “sanguigno”, dice: c’è il rischio di “un salto pericoloso”, ovvero che si passi dall’analisi opportuna di alcuni “inceppamenti nei mercati finanziari da cui è discesa la situazione attuale” all’idea che “l’economia di mercato vada regolata più invasivamente e che si debba sposare un capitalismo all’europea”. Leggi: salvataggi delle industrie decotte, incentivi agli investimenti e mercati ingessati da troppe normative e corporazioni.
A portare al collasso è stata soprattutto la politica, ma gli economisti hanno le loro responsabilità: “Alcuni di loro avevano lanciato campanelli d’allarme: lo scarso risparmio delle famiglie americane, l’accumulo di risparmio in Cina, i tassi di interesse praticati dalla Fed, etc.”. Ma da qui a prevedere l’evoluzione e lo scoppio della bolla ce ne passa: “Io personalmente – afferma – ero meno preoccupato di quanto avrei dovuto essere. Ammetto tranquillamente di aver creduto che, ad esempio nel caso degli squilibri tra Usa e Cina, tutto si sarebbe aggiustato come era avvenuto altre volte nella seconda metà dell’ultimo secolo. Sicuramente sono stato troppo ottimista”. Non solo, secondo l’editorialista del Sole 24 Ore, un “pregiudizio liberista” potrebbe essere alla radice degli errori di alcuni protagonisti del panorama economico mondiale: “Alan Greenspan, il governatore della Fed, ha sottovalutato ad esempio il rischio di tassi troppo bassi per il mercato del real estate, nel quale poi è nata la bolla”.
Ora la politica farebbe bene a intervenire, quantomeno per riscrivere alcune regole dei mercati finanziari. “Tutti gli attori che prendono soldi a breve e li prestano a lungo termine devono essere maggiormente capitalizzati”. E poi, “si devono bloccare le porte girevoli tra finanza, regolatori e banche centrali”. Ma detto tutto questo, “teniamoci stretto il capitalismo anglosassone, è quello che produce più crescita”.
Eppure gli stessi paesi anglosassoni sembrano correre ai ripari: le nazionalizzazioni delle banche nel Regno Unito, le iniezioni di denaro pubblico per salvare gli istituti finanziari programmate anche dall’Amministrazione Bush. “Si può discutere dell’opportunità dei singoli interventi, ma sono abbastanza certo che in questi casi lo stato sia utilizzato soltanto come assicuratore di ultima istanza. Con l’assestamento del sistema finanziario l’autorità pubblica si ritirerà in buon ordine”. Il ritorno al “capitalismo di stato” è un pericolo che corrono più i paesi europei. La preoccupazione di Alesina è che le turbolenze si trasformino in un alibi per bloccare quelle riforme che sarebbero necessarie anche in Italia. Un alibi che non regge per due ragioni. Innanzitutto, “chi ha detto che l’Italia, così com’è, stia reggendo meglio? Dai dati su pil e disoccupazione non mi pare”. E poi la crisi “è il momento in cui si potrebbe riuscire meglio a convincere l’opinione pubblica della necessità di uno sforzo per il bene comune”. Non si illude che sia facile per la classe politica, ma certo ora, con la disoccupazione in crescita, “è il momento migliore perché in molti si rendano conto che il nostro sistema di welfare è troppo dispendioso, squilibrato sul versante pensionistico e carente in quanto ad ammortizzatori sociali”. Ma il liberista incrollabile torna ottimista: “Il peggio è passato. E questa volta spero di non sbagliare”.